Istituti tecnici: due modelli in Europa

Nel nostro ultimo articolo ci siamo occupati degli ITS in Italia, sottolineando come queste scuole stiano acquisendo sempre maggior rilievo, anche se il loro sviluppo pare frenato da un generale stato di sottostima delle sue potenzialità formative. Dello stesso tema è anche un recente servizio di Milena Gabanelli, di cui si trovano video e articolo correlato sul sito del Corriere della Sera. In questa pagina si evidenza il grosso gap che ci allontana dalla Germania, dove 1 milione di studenti iscritti alle Fachhochschulen si scontra contro i nostri 10.447 (a fronte peraltro di una richiesta in Italia di 150mila posizioni tecniche nei prossimi 5 anni).

Avendo già scandagliato il modello nostrano, può essere interessante e di spunto capire invece come funzionano in altri paesi europei, Germania in primis.

Le scuole tecniche in Germania

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Le Fachhochschule sono istituti superiori di formazione professionale, chiamati spesso ‘Università di scienze applicate’, della durata di 4 anni, di cui 2 svolti in stage presso un’azienda. Il 23% dei giovani tedeschi si iscrive a queste scuole proprio per intraprendere un percorso formativo pratico e spendibile nel mondo del lavoro.

Esistono 191 istituti superiori di formazione professionale, e la maggior parte degli sbocchi lavorativi è di tipo tecnico (elettrotecnica, ingegneria, chimica, biotecnologia), ma sono presenti anche percorsi differenti, come quello giuridico o sociale.

Ad esaminare caratteristiche, costi e benefici del modello tedesco è il Federal Institute for Vocational Education and Training (BIBB), un centro di ricerca sull’educazione professionale che ha lo scopo di valutare strategie di miglioramento e sviluppo in questo settore, oltre che di stimolare strategie nazionali e internazionali con soluzioni orientate alla pratica.

Questo istituto ha evidenziato quali sono i principali vantaggi di una formazione svolta direttamente presso un’impresa:
– i neo-assunti che hanno seguito questo percorso soddisfano meglio le competenze richieste dai datori di lavoro;
– il turnover è minore, in quanto c’è la tendenza a restare nell’azienda che ha formato i ragazzi;
– gli studenti acquisiscono una maggiore comprensione delle competenze e capacità necessarie a svolgere le attività richieste, ed è più facile ottenere una promozione una volta assunti.

Durante una ricerca svolta nel 2005, su un campione di 2500 imprese, il BIBB ha condotto un’analisi di costi e benefici legati all’attività di formazione.
In particolare i vantaggi per un’azienda, in termini di costo, sono principalmente due:
– risparmio dei costi di assunzione del personale, tra pubblicità e selezione;
– risparmio sui costi del personale reclutato attraverso il mercato del lavoro.

Quanto alle cifre per sostenere un programma di formazione professionale, si è calcolato che, per la durata del periodo di formazione (link al pdf ricerca irso assolombarda) il rapporto costo/benefici è il seguente:

In generale la Germania sta riscontrando ottimi risultati nel bilanciamento tra richiesta del mercato e posizioni professionali tecniche, grazie ad un sistema di formazione che avvantaggia l’esperienza, coinvolge le aziende oltre che ad appositi sistemi di controllo e sviluppo come il BIBB.
Vediamo un ulteriore esempio su come viene gestita la formazione tecnica in Europa.

La Francia delle DUT e delle BTS

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In Francia esistono due tipi di scuola di stampo tecnico: Le Brevet de Technicien Supérieur (BTS) e il Diplôme Universitaire Technologique (DUT).

Il primo, grazie ai corsi teorici e pratici e agli stage professionalizzanti, apre facilmente le porte al mercato del lavoro. Dopo la maturità si può intraprendere questo percorso di due anni, che permette di scegliere tra più di 80 specializzazioni. La maggioranza degli iscritti appartiene alle fila di diplomati tecnici, ma sempre più studenti optano per il BTS, attirati dalla breve durata dei corsi.

Come dicevamo, lo stage rappresenta l’elemento cardine della formazione in queste scuole, ma l’insegnamento teorico e le attività pratiche sono ugualmente importanti. Le settimane dei corsi sono infatti piuttosto onerose, richiedendo un impegno settimanale che oscilla tra le 32 e le 35 ore. La scelta dei corsi è però molto ampia, e si passa dal commerciale al chimico, dal meccanico al tessile, dal turismo all’edilizia, passando per la pubblicità. Il meccanismo però è sempre lo stesso, e si basa su un percorso di alternanza scuola-lavoro.

Si lavora infatti per metà (o per ¾) del tempo presso un’azienda, con la quale viene stabilito un contratto, e il resto del tempo si seguono i corsi. Questa formula attira sia gli studenti che i professionisti, i quali vedono nel BTS un’ottima possibilità di migliorare ed inserirsi attivamente nel mercato del lavoro. Ovviamente questa formula richiede alla base molta determinazione e un forte investimento personale.

Il DUT è di stampo maggiormente tecnico, e i mestieri di sbocco spaziano dall’ambito chimico, a quello gestione logistica dei trasporti, o ancora alla comunicazione. Come per il BTS lo stage e le attività pratiche sono una parte fondamentale di queste istituzioni scolastiche, ma le ore settimanali sono inferiori (30 ore), così come le specializzazioni possibili (25 anziché 80). Anche qui la durata è di due anni, ma l’insegnamento è più generalizzato rispetto al BTS e questo rende il DUT più accessibile per la prosecuzione degli studi.

Al termine dei due anni è possibile cercare subito un lavoro, ma l’80% degli studenti decide di proseguire e ottenere una licenza professionale. Dalla loro apparizione nel 2000 infatti gli iscritti a queste scuole di specializzazione extra sono sempre più numerosi.
Anche se la tendenza che va per la maggiore è quella di continuare a studiare, i diplomi del DUT rappresentano comunque uno strumento valido per potersi inserire nel mondo del lavoro. L’ultima ricerca sul ‘Devenir des diplômés de DUT’, condotta nel 2008, ha rivelato che il 90% dei diplomati trova lavoro entro due anni dal diploma. Questo risultato si spiega in buona parte con la multidisciplinarità dei corsi, in grado di affiancare studi tecnici e generalisti.

Insomma, anche all’estero si ottengono ottimi risultati in termini di formazione di personale qualificato in campo tecnico, ma l’organizzazione è più capillare e il numero di iscritti è decisamente superiore.
Quello che resta in Italia è un problema di tipo culturale, con una tendenza a frequentare i licei a discapito di scuole professionalizzanti più a contatto con le esigenze imposte dal mercato del lavoro. Viste però le richieste che questo ci impone, è importante guardare ai vicini di casa europei come a termini di paragone cui uniformarsi.

2018-07-20T15:18:30+00:00

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